Di recente ho rivisto un ex-compagno di liceo, dopo qualche tempo dall’ultima volta. Io e il mio amico abbiamo passato una bella serata, bevendo qualche birra e passeggiando in zona Navigli a Milano: io lo aggiorno sulla mia vita, lui mi racconta gli ultimi sviluppi della sua. Dopo poco che siamo insieme, vedo che estrae lo smartphone e poi lo rimette subito via. Avrà ricevuto un messaggio, penso. Evidentemente nulla di importante, se non ha nemmeno risposto. Forse attendeva solo una conferma. Non voglio essere invadente, non chiedo. In seguito vedo che le estrazioni continuano, come intervalli tra gli argomenti della nostra conversazione. A un certo punto, quando gli chiedo se a lui sta bene di spostarci, noto che subito tira di nuovo fuori il telefono e controlla qualcosa. Gli domando “Controlli l’ora? Si è fatto tardi? Devi andare a casa?” e lui mi risponde “No, no. È solo che sono sempre attaccato al telefono. Scusami, è più forte di me”.

C’è sempre stato “quello attaccato a…”. È normale, perché ognuno ha i propri interessi e dedica il proprio tempo a ciò che più lo appassiona. Tanti anni addietro i genitori si lamentavano dei figli attaccati ai libri, attaccati ai fumetti, attaccati alla TV. Negli anni ’80-90 poi tutti avevano l’amico fissato col motorino, quello incollato al flipper, infine quello attaccato al telefono. Inizialmente al fisso, per ore e ore alla cornetta, con telefonate urbane e interurbane dalla tariffa tutt’altro che economica. Poi al cellulare, con orde di adolescenti impegnati a inviarsi SMS e MMS e a rincorrere la promozione più conveniente. Sembra un’era geologica fa. Oggi siamo attaccati allo smartphone: tutti, chi più e chi meno. Da qualche anno ormai in Italia ci sono più smartphone che persone a possederli. Siamo perennemente connessi con ciò che succede nel mondo. Narcisi che si specchiano nei display. A caccia di informazioni, di svago e di like.

Dal punto di vista della Behavior Analysis è infatti interessante notare come lo stesso comportamento (i.e. prendere lo smartphone e scrollare) ci consenta di assolvere a una grande quantità di funzioni diverse: alcune più private, altre più pubbliche. C’è il piacere personale di conoscere o ricordare qualcosa che non si sa, di divertirsi con un giochino che ci permetta di ingannare i tempi di attesa della quotidianità, di scoprire la reazione delle altre persone a ciò che postiamo. Ma c’è anche il benessere sociale dato dal fare bella figura grazie a quell’info recuperata alla svelta, dal chiacchierare in chat con qualcuno che ci sta simpatico, dal sentirsi ammirati e magari anche invidiati da una cerchia di persone per quello che facciamo e che scegliamo di condividere sui social.

È proprio al concetto di “normalità” che dobbiamo fare riferimento quando ci confrontiamo con il dubbio, o con la certezza, di essere diventati “dipendenti dallo smartphone”. I social in particolare hanno il pregio e il difetto di offrire tutte quante le esperienze dette sopra, spesso attraverso una sola app. Quindi con un solo click o scroll, siamo alle porte di un loop apparentemente infinito, così connesso ma al contempo separato dalla realtà. È chiaro, perciò, che “dipendenza da smartphone” significa facilmente “dipendenza da social”, fatte le dovute eccezioni (es. il top manager che apre compulsivamente Outlook da mobile per controllare le e-mail, il bambino sul passeggino che non stacca lo sguardo dal cartone animato su YouTube, la persona qualunque che gioca a Candy Crush Saga fino a completare tutti i livelli a disposizione). Le locuzioni sono intercambiabili, come in quella figura retorica che si studiava a scuola, dove “una parte indica il tutto”. Come si chiamava? Forse sineddoche. O così dice lo smartphone…

Tornando a noi, il concetto di “normalità” è importante qui perché ci può aiutare a definire una prassi in base al suo livello di diffusione entro una popolazione. In altre parole, siamo figli dei nostri tempi e quindi miliardi di persone usano lo smartphone tutti i giorni. Non ha senso una visione dicotomica giusto/sbagliato, perché la Behavior Analysis ci insegna che qualunque comportamento dipende dal contesto in cui viene agito. Allora bisogna andarci cauti con le diagnosi, perché si rischia di patologizzare qualcosa che patologico non è. Se però sfruttassimo un altro insegnamento della Behavior Analysis, ovvero misurare il comportamento, allora già potremmo avere qualche dato in più su cui basarci. Anche qui non ci sono soglie nette e assolute da non superare: non è che stare sui social o al telefono 3 ore al giorno vada bene mentre 4 ore faccia male. Tuttavia, può essere indicativo della qualità della nostra compagnia (es. quanto e di cosa parliamo dal vivo, rispetto a quando sentiamo la stessa persona via telefono?), del livello della nostra attenzione (es. mentre ci parlano, quanto guardiamo in faccia gli altri e quanto guardiamo il telefono?) o del nostro benessere (es. come ci sentiamo dopo un uso prolungato oppure dopo tanto tempo senza?).

Potremmo misurare la durata totale di utilizzo (i.e. al giorno, alla settimana, al mese, all’anno), la frequenza media di utilizzo (i.e. quanto spesso prendiamo in mano il telefono per poi usarlo), oppure il tempo medio tra due utilizzi (i.e. quanto tempo passiamo senza, tra un utilizzo e l’altro). In base ai risultati, avremo poi la possibilità di valutare più oggettivamente se ci piace il nostro comportamento oppure se non sia il caso di porci dei piccoli obiettivi di miglioramento. Per il contenimento della durata totale di utilizzo, per esempio, esistono diverse soluzioni valide sia per desktop (es. il plug-in per browser StayFocusd) che per mobile (es. le app Digital Detox, StayFree, iChooseTo, Benessere Digitale, Social Fever, Forest, Pause).

Poi, a seconda dei risvolti che più ci interessano, le domande da porci potrebbero essere:  

  • RISVOLTO PRATICO à Quanti minuti della mia giornata ritengo adeguato passare sui social? Che uso faccio dello smartphone e quando potrei farne a meno? Con quali nuove abitudini più utili/salutari posso sostituire i momenti vuoti ora colmati al telefono?  
  • RISVOLTO RELAZIONALE à Quali alternative offriamo ai nostri partner, amici o figli? Come possiamo arricchire di esperienze la loro vita e il nostro rapporto? Quand’è l’ultima volta che abbiamo parlato di cose che ci piacerebbe fare e le abbiamo pianificate?
  • RISVOLTO CULTURALE à Perché l’ambiente esterno non ci stimola più come una volta? Usando per tanto tempo i social, quali altre opportunità ci stiamo precludendo? Come abbiamo fatto a diventare così impazienti rispetto alle esperienze?  

DISCLAIMER: il presente articolo non si propone come guida esaustiva rispetto al fenomeno della social media addiction né vuole vendere soluzioni per il suo eventuale trattamento – volevamo solo condividere qualche spunto di riflessione con voi.

Per maggiori info e fonti bibliografiche sull’argomento si rimanda a:
https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-disturbi-psicologici-terapie/le-nuove-dipendenze/dipendenza-da-social-media#social-media-3