I social network sono uno strumento. Uno strumento per noi, per tenerci in contatto con altre persone ed essere sempre aggiornati su cosa succede ai nostri cari e più in generale nel mondo. Uno strumento per le aziende, per tenersi in contatto con noi e farsi pubblicità. Possiamo fare finta che non sia così, ma come conclude il documentario del 2020 “The Social Dilemma”: se il prodotto è gratis, allora vuol dire che il prodotto sei tu. Nella fattispecie il prodotto sono i nostri dati, le nostre preferenze di acquisto e, in ultima analisi, il nostro tempo di vita. I motivi per cui noi usiamo i social, come abbiamo visto nel precedente articolo, sono spesso molteplici. Non si può dire però il contrario. Il motivo per cui i social usano noi è uno solo: fare soldi grazie a noi. E più tempo noi passiamo sui social, più aumentano le probabilità che qualcuno riesca a vendere qualcosa a qualcun altro. Quel qualcun altro a volte siamo noi, a volte no. Poco importa. L’importante per i social è che noi restiamo incollati quanto più possibile ai social stessi.
I meccanismi che sottostanno al funzionamento dei social sono evidence-based, scientificamente supportati, diabolicamente perfetti. In base al miglior offerente gli algoritmi mescolano sapientemente a ciò che conosciamo e che già ci piace anche contenuti che potrebbero piacerci. Il miglior predittore del comportamento futuro è il comportamento passato, e tra cronologia e cookies i social hanno solo l’imbarazzo della scelta. Siamo come dei libri aperti per loro, per certi versi è possibile che ci conoscano meglio di quanto noi non conosciamo noi stessi. Potrebbero piacerci dei contenuti sponsorizzati, per esempio, ovvero di proprietà di qualche azienda che paga per ottenere visibilità e cioè la nostra attenzione. Per avere l’occasione di sedimentare nella nostra memoria, non per forza consapevole. Per tentare di stabilire in noi un’associazione che, presto o tardi quando ne avremo bisogno, farà scattare in noi il comportamento di scegliere un determinato fornitore/servizio preferendolo ad un altro competitor.
Parlavamo degli algoritmi. Ebbene questi si basano su quello che in Behavior Analysis è noto come schema di rinforzo intermittente a rapporto variabile, che è lo stesso principio alla base del gioco d’azzardo e di tante altre dipendenze dannose per i nostri organismi e le nostre vite. Fare un certo comportamento (es. giocare alle slot machine ma anche scrollare il feed di un social) non ci porterà sempre soddisfazione (es. una vincita di denaro oppure trovare un contenuto che ci colpisce). All’inizio lo farà spesso, poi solo ogni tanto. L’immediatezza e la frequenza del rinforzo innescano l’eccitazione per la sorpresa. In maniera imprevedibile si viene ad instaurare un’abitudine sostenuta nel tempo dalle saltuarie botte di dopamina provenienti dal nostro cervello, per la precisione dal nostro circuito della ricompensa. Esattamente come una droga. Chi lavora nella Silicon Valley lo sa, ed è per questo che negli ultimi anni si contano sempre più dimissioni e licenziamenti illustri. Perché tanti ingegneri e professionisti del settore hanno iniziato a mettersi in discussione da un punto di vista etico. Perché il capitalismo non fa sconti a nessuno.
Non c’è scampo nemmeno per i più giovani. Anzi, i bambini e i ragazzi sono tra i più esposti al rischio di un uso acritico dello strumento social network. Al rischio di essere manipolati e ingurgitati. D’altronde non rappresentano un target di clienti come gli altri, ma migliore degli altri: perché i genitori per i propri figli sono disposti a tutto. Per i giovani non è quindi solo una questione educativa ma di salute psico-fisica. Di abitudini comportamentali e di salute mentale. E chi ci può proteggere da questo? La politica? Proprio quella politica che, al pari di qualsiasi altra azienda, cavalca il fenomeno e utilizza lo strumento per diffondere fake news a scapito dei propri oppositori e per fomentare le paure del popolo allo scopo di guadagnare consenso? Difficile aspettarsi una regolamentazione: la tecnologia si evolve molto più velocemente delle leggi degli Stati. Inoltre, chi dovrebbe essere regolamentato sono aziende multinazionali dal potere geopolitico enorme. Sarebbe bello. Ci spero, ma non ci credo finché non lo vedo.
Sta a noi preoccuparci, informarci e tutelarci: agire! Senza aspettare sempre l’esempio di altri, ma provando noi a dare il nostro. D’altronde quella in cui viviamo è una prima volta nella storia dell’umanità. La tecnologia si è evoluta di più negli ultimi quindici anni che negli ultimi cinquecento. Nessuno è preparato per questo, non esistono istruzioni per l’uso, né personalmente ritengo che il luddismo possa essere la soluzione al momento storico presente. Penso però che sia importante che tutti sappiano, e senza andare lontano già mi viene il dubbio rispetto ai miei genitori o zii, che anche se tutto questo ci sembra gratis in realtà gratis non è. C’è un prezzo che dobbiamo essere consapevoli di stare già pagando, e che dobbiamo preoccuparci di immaginare per quanto tempo e in quali forme continueremo a pagare in futuro noi e le prossime generazioni.
Concludo con un aneddoto. Di recente mi trovavo in montagna, in baita, in compagnia di alcuni famigliari e amici. Il figlio tredicenne di una coppia di questi ultimi, pur essendo immerso nella natura ed essendo stato assorbito fino all’istante prima da attività di gioco di gruppo con altri coetanei, all’improvviso si gira verso sua madre. In quello che praticamente è stato il primo momento vuoto della giornata, le chiede educatamente in prestito lo smartphone. Lei risponde con un motivato e fermo NO, tipo: “Ma stai giocando con i tuoi amici e tra pochissimo stiamo per pranzare! No”. Il figlio, con voce improvvisamente irritata come se gli fosse stato negato uno dei diritti fondamentali dell’uomo (anzi dei bambini), allora ribatte: “Ma oggi non me l’hai ancora fatto usare!”.
Alcune riflessioni conclusive legate ad aspetti comportamentali della vicenda:
- VELOCITÀ DEL COMPORTAMENTO à la latenza con cui, nel brevissimo momento di stallo tra la fine di un’attività e l’inizio della successiva, si è innescato il comportamento di richiesta dello smartphone da parte del tredicenne è indicativa di quanto questo sia un automatismo. Se un’abitudine ha preso forma in circostanze analoghe, significa che in passato ci sono state tante “sessioni di pratica” per il comportamento. Quante sessioni di pratica ci serviranno, non dico per sradicare questo comportamento, ma per instaurare abitudini socialmente più accettabili che in futuro possano competere con quella di uso dello smartphone? E se questa fosse già l’abitudine socialmente più accettata? E quanto davvero le nostre “vecchie” abitudini sono esemplari per i nostri ragazzi?
- ATTIVAZIONE EMOTIVA à la manifestazione verbale (i.e. gesti, tono della voce, espressione facciale) di disappunto del tredicenne alla risposta negativa della madre ci dice tante cose. L’appaiamento noia=smartphone è già così consolidato che, se qualcosa o qualcuno osa frapporsi tra il problema e la sua soluzione comportamentale, quel qualcosa o qualcuno dovrà presto fare i conti con la rabbia del ragazzino (etero-diretta o auto-inflitta). Perché la pazienza, l’attesa e il sano gusto della noia sono così un tabù nella società di oggi? Sarà perché i momenti vuoti non fanno guadagnare nessuno, tranne che gli individui in termini di auto-controllo? E cosa facciamo noi ogni giorno per predisporre noi stessi, e ancora di più le future generazioni, agli inevitabili NO che la vita ci porrà davanti?







